Io la mia maternità la vivo senza essere mai passata dallo *stato interessante*. Forse è per questo che, allo Stato, non è mai interessata. Questa espressione curiosa, usata per descrivere la gravidanza, suggerisce che tutti gli altri stati di una donna siano privi di interesse, mentre la realtà è che nulla riceve meno attenzione del destino di una persona incinta o di una madre. In Italia, la mancanza di politiche di sostegno relega le donne a casa, costringendole a scegliere tra il lavoro e la famiglia. Io queste domande me le pongo da una posizione diversa, da una che ha sempre distinto la gravidanza dalla maternità, e la famiglia dal sangue. Da madre d'anima, da membro di una famiglia queer.
Questa mia condizione mi costringe a mettere in discussione il modello familiare tradizionale, quel familismo amorale che privilegia il clan e ignora il bene comune. È la stessa logica che anima le mafie, dove l'appartenenza è tutto e la persona è un ruolo. In questo sistema, è più importante dire *di chi sei* piuttosto che *chi sei*. È da questa prospettiva che parlo: per sfidare la logica biologica del patriarcato, per interrogare i confini illogici che definiscono cosa sia normale. La mia vocazione, forse, è proprio questa: domandarmi chi sia una madre, e mai di chi sia; non rassegnarmi all'idea di famiglia a cui mi avrebbero destinata la biologia e le leggi.
Se mi dessero cento euro per ogni volta che ho provato a spiegare cosa significhi *queer*, sarei ricca. Non è un'identità sessuale, non basta dire gay o lesbica. È un approccio, una scelta radicale di abitare sulla soglia, di resistere a ogni definizione finale. È un metodo, non una casella da barrare. Per me, questa non è una teoria. È la mia vita. Ricordo un viaggio di lavoro in Messico, cancellato all'ultimo perché uno dei miei figli stava male. L'organizzazione mi chiese di rimborsare il biglietto, a meno che non potessi presentare un certificato di parentela. Ma io non avevo niente, perché agli occhi dello Stato non ero sua madre. Ripagai il biglietto e cominciai a farmi domande che non mi ero mai posta.
Ho vissuto l'angoscia di attraversare una frontiera con un figlio minorenne, terrorizzata che potessero accusarmi di rapimento perché per l'anagrafe eravamo estranei. Ho affrontato il sospetto di chi, non capendo un legame d'anima, preferiva immaginarmi come l'amante di un ragazzo piuttosto che come sua madre. Per alcuni, era più accettabile l'idea di perversione che quella di condividere il potere sacro della genitorialità. La famiglia queer è anche una realtà materiale. È dire: “Se vuoi fare questa scelta di studi, copro io le spese”. È offrire un aiuto concreto, senza giudizio, perché un “ci penso io” vale più di cento “ti amo”. È uno strumento di liberazione, la rassicurazione di non dover mai fingere di essere chi non si è.
Questa pratica relazionale si fonda su promesse diverse da quelle tradizionali. Non la fedeltà, che è possesso, ma l'affidabilità: sapere che ci sono e ci sarò, nella libertà. Non la promessa crudele di non lasciarsi mai, che cementifica le persone in ruoli statici, ma l'impegno ad amare ciò che cambia, a scegliersi ogni giorno in modo differente. E soprattutto, rifiuta l'idea che la fecondità sia solo una questione di sangue. “Non puoi dire che sono tuoi figli, non li hai partoriti”, mi dicono, pensando di ferirmi. Ma la generazione di volontà è la nostra capacità di moltiplicarci, di amare senza dipendere da nessun destino genetico. È una battaglia per la libertà di chiunque.
Questo stesso sguardo mi porta a interrogarmi sulla gestazione per altrə. Il primo errore è chiamarla “maternità surrogata”. La maternità è un atto di volontà, non si può surrogare. Si può surrogare la gravidanza, un processo fisico. Confonderle significa tornare indietro, a quando la biologia era un destino. Se una donna può scegliere di interrompere una gravidanza per ragioni economiche, come prevede la legge, perché non potrebbe portarne avanti una per ottenere quelle stesse sicurezze? È ipocrita scandalizzarsi per questo scambio quando la nostra stessa emancipazione si fonda sullo sfruttamento di altre donne, badanti che lasciano i propri figli per curare i nostri anziani. È sempre una questione di classe.
Il problema non è la remunerazione, ma l'assenza di regole. Senza una legge, vince il mercato selvaggio, dove la gestante non ha tutele e i genitori intenzionali possono pretendere un “prodotto conforme”, rifiutando un bambino malato. Una legge serve a porre dei limiti, a stabilire che il corpo della donna non è un contenitore e che lei ha il diritto di cambiare idea fino all'ultimo. Il denaro non compra il bambino, che resta un dono; paga il tempo, il rischio, la cura. E per quanto riguarda i figli, non c'è privilegio più grande che essere stati così profondamente desiderati. L'argomento del loro benessere è un pretesto: a nessuno è mai importato davvero cosa pensano i bambini.
Forse un giorno, a una figlia, racconterò la nostra storia. Le dirò di quando eravamo noi a scrutare il mare, a decidere la guerra, a crescere figli deboli per essere la loro sola forza. Eravamo sacerdotesse, regine, signore di lana e di terra. In quel mondo, nessuna era puttana. Ma le dirò anche di quando siamo diventate madri di 0,5 figli a testa, cuori a bassa fertilità; di quando eravamo ferite, ostaggio, uccise, precarie. Le dirò della madre morta nel cofano di un'auto e della figlia del bandito uccisa sul balcone a quattordici anni. Glielo dirò, perché per una madre ogni silenzio di verità è un aborto. E un giorno, forse, lei capirà che nella vita non si nasce solo una volta.